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Hai ottenuto ciò che desideravi. Perché non basta?

Professionista davanti a una finestra panoramica riflette dopo aver raggiunto un importante obiettivo professionale, tema della soddisfazione e realizzazione nella carriera.

Qualche tempo fa, durante un percorso di coaching, una persona mi raccontò qualcosa che non ho più dimenticato. Aveva appena ottenuto un successo professionale che desiderava da anni.

La promozione era arrivata. Il nuovo ruolo comportava maggior responsabilità, maggiore autonomia e un riconoscimento economico importante. Aveva investito molto per arrivare fin lì: studio, sacrifici, trasferte, serate trascorse davanti al computer mentre gli altri staccavano.

Quando ci siamo incontrati però, non aveva l'entusiasmo che ci si aspetterebbe da qualcuno che ha appena raggiunto una soddisfazione professionale così importante.

Ricordo una frase che mi colpì particolarmente.

"Non riesco a spiegarmelo. Se me lo avessero detto cinque anni fa, avrei pensato che sarei stato felicissimo. Invece mi sento... uguale."

Non era depresso.

Non era ingrato.

Non aveva sbagliato strada.

Aveva semplicemente scoperto qualcosa che molte persone incontrano lungo il proprio percorso professionale e che raramente viene raccontato.


Il giorno in cui raggiungiamo un obiettivo importante non sempre coincide con il giorno in cui troviamo la soddisfazione professionale che stavamo cercando.

In realtà, accade più spesso di quanto immaginiamo.

Per anni inseguiamo qualcosa. Una promozione, un cambio di ruolo, un aumento di stipendio, il lancio di un'attività, il raggiungimento di un traguardo che abbiamo immaginato centinaia di volte. Lo osserviamo da lontano come si osserva una vetta. Pensiamo che una volta arrivati lassù il panorama sarà diverso, che finalmente potremo rilassarci, sentirci soddisfatti, riconoscere che gli sforzi sono valsi la pena.

E poi quel giorno arriva.

La telefonata tanto attesa.

La firma sul contratto.

La nomina.

Il progetto concluso con successo.

Per qualche ora, qualche giorno, forse qualche settimana, ci sentiamo bene.

Poi succede qualcosa che spesso fatichiamo ad ammettere persino a noi stessi.

La vita continua.

Le mattine assomigliano alle mattine di prima. Le preoccupazioni assomigliano alle preoccupazioni di prima. La sensazione di pienezza che ci aspettavamo non arriva, oppure svanisce molto più rapidamente di quanto avessimo immaginato.

E allora compare una domanda silenziosa, quasi imbarazzante.

"Tutto qui?"


Nel mio lavoro incontro persone estremamente capaci, professionisti che dall'esterno appaiono realizzati e che hanno raggiunto obiettivi professionali che molti considererebbero traguardi irraggiungibili. Eppure, non è raro che proprio nei momenti di maggiore successo emergano inquietudini profonde.

La prima reazione è quasi sempre la stessa: pensare che il problema sia l'obiettivo.

Forse avrei dovuto puntare più in alto.

Forse ho scelto il ruolo sbagliato.

Forse devo cambiare azienda.

Forse ho bisogno di una nuova sfida.

A volte è vero. Ma molto più spesso il punto è un altro.


Lo psicologo positivo Tal Ben-Shahar ha reso popolare l'espressione "arrival fallacy", che potremmo tradurre come "l'illusione dell'arrivo": la convinzione che il raggiungimento di una determinata meta produrrà uno stato di felicità stabile e duraturo.

È una promessa che la nostra mente ci racconta continuamente.

Quando avrò quella posizione sarò finalmente sereno.

Quando guadagnerò quella cifra sarò finalmente tranquillo.

Quando il mio lavoro verrà riconosciuto mi sentirò finalmente realizzato.

Il problema è che la ricerca psicologica racconta una storia diversa. Da decenni gli studiosi osservano un fenomeno noto come adattamento edonico: la straordinaria capacità dell'essere umano di abituarsi anche ai cambiamenti positivi. Ciò che ieri rappresentava un sogno, domani diventa normalità. Il nuovo ruolo, il nuovo stipendio, il nuovo status smettono rapidamente di essere "nuovi" e vengono assorbiti dalla quotidianità.

Non è un difetto.

È il modo in cui siamo costruiti.


Ma c'è un livello ancora più profondo che raramente viene esplorato.

Molte persone trascorrono anni a costruire la propria identità attorno agli obiettivi professionali. Senza accorgersene, finiscono per associare il proprio valore personale alla capacità di raggiungere risultati. La tensione verso il traguardo diventa una fonte costante di energia, di direzione, perfino di significato.

Finché stiamo correndo, non abbiamo bisogno di porci troppe domande.

La meta occupa tutto lo spazio.

Quando però arriviamo, il rumore si abbassa.

Ed è proprio in quel silenzio che emergono interrogativi che erano rimasti sullo sfondo.

Quello che sto facendo, ha davvero senso per me?

Questa vita che ho costruito mi rappresenta?

Sto perseguendo qualcosa che desidero profondamente o qualcosa che ho imparato a desiderare?

Sono domande scomode.

Eppure, sono spesso le domande più importanti.

Viktor Frankl, sopravvissuto ai campi di concentramento e fondatore della logoterapia, sosteneva che l'essere umano non è mosso soltanto dalla ricerca del piacere o del successo, ma soprattutto dalla ricerca di significato. È una distinzione sottile ma decisiva.

Il successo può procurare soddisfazione.

Il significato procura orientamento.

Il successo può gratificare.

Il significato sostiene.

Il successo può essere un momento.

Il significato diventa una direzione.


È proprio qui che vedo spesso un approccio risolutivo molto comune, ma troppo spesso inefficace:

Quando il traguardo raggiunto non produce la soddisfazione professionale attesa, la tentazione è quella di cercare immediatamente una nuova meta. Un'altra promozione, un nuovo progetto, un cambio di azienda, una sfida più grande.

Come se il problema fosse semplicemente trovare un obiettivo più ambizioso.


Eppure, nella mia esperienza, raramente è questo il momento di accelerare.

Più spesso è il momento di comprendere.

Perché il senso di vuoto che può emergere dopo un successo professionale non è necessariamente un segnale che qualcosa sia andato storto.

A volte è il segnale che qualcosa sta cercando di emergere.

Una domanda rimasta inascoltata.

Un valore trascurato.

Un bisogno che il risultato raggiunto non poteva soddisfare da solo.


Quando lavoro con professionisti che attraversano questa fase, non partiamo quasi mai dalla domanda: "Quale sarà il prossimo obiettivo?".

Partiamo da altre domande.

Quale aspettativa avevi riposto in questo traguardo?

Che cosa ti aspettavi cambiasse davvero nella tua vita una volta raggiunto?

Che cosa manca oggi, nonostante il successo ottenuto?

Quali aspetti di te trovano espressione nel lavoro che svolgi e quali, invece, sono rimasti in secondo piano?

Sono domande semplici solo in apparenza. Spesso aprono spazi di consapevolezza che permettono di rileggere la propria storia professionale con occhi nuovi.

Ed è proprio da lì che nascono le scelte più solide.

Non quelle dettate dall'urgenza di riempire un vuoto o dalla paura di restare fermi, ma quelle che emergono quando si comprende con maggiore chiarezza ciò che conta davvero.


Perché esiste una differenza sottile ma fondamentale tra rincorrere il prossimo traguardo e costruire una direzione.

La prima genera movimento.

La seconda genera significato.


Ignorare questi segnali può portare a trascorrere anni inseguendo obiettivi professionali sempre più ambiziosi senza mai interrogarsi sulla direzione che si sta prendendo. Dall'esterno la carriera continua a crescere, ma internamente aumentano la stanchezza, la disconnessione e la sensazione che ogni conquista duri sempre meno della precedente. E queste sono porte di ingresso a conseguenze ben più incisive dell’insoddisfazione professionale o della stanchezza.

Ascoltarli, invece, può trasformare un momento di apparente insoddisfazione professionale in un'opportunità preziosa. L'opportunità di riallineare la propria carriera ai propri valori, di riconoscere ciò che genera davvero energia e di prendere decisioni più coerenti con la persona che si sta diventando.

Per questo motivo non dovremmo interpretare il senso di vuoto dopo un traguardo come un fallimento personale. In molti casi rappresenta invece un segnale prezioso. È il momento di accesso, il momento in cui la vita ci invita ad andare oltre la semplice logica della performance e a porci domande più profonde su ciò che conta davvero e su ciò che rende il percorso verso gli obiettivi davvero soddisfacente e pieno.


Forse la vera maturità professionale non consiste nell'imparare a raggiungere obiettivi sempre più grandi.

Forse consiste nel diventare sempre più consapevoli del perché li stiamo inseguendo.

Perché una carriera può essere piena di successi e al tempo stesso lasciare una sensazione di incompiutezza.

Ma quando i risultati sono collegati ai nostri valori, a ciò che ci fa sentire vivi, al contributo che desideriamo portare nel mondo, allora il successo smette di essere qualcosa da cui attendersi salvezza.

Diventa semplicemente una naturale conseguenza del percorso che stiamo scegliendo di vivere, e paradossalmente, lo si raggiunge in un flusso che non chiede più alcuno sforzo.


E forse la domanda più interessante non è:

"Qual è il prossimo obiettivo che voglio raggiungere?"

Ma:

Se nessuno potesse vedere o applaudire il tuo successo, quali sarebbero i tuoi prossimi traguardi?

 
 
 

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